(Con ispirazione del testo La Cura, del Maestro Franco Battiato)
Il Tormento altro non è che la danza emotiva dei nostri traumi che prendono il sopravvento, il momento esatto in cui decidiamo di non cambiare la nostra storia.
“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie…”
Esistono luoghi nello spazio e nel tempo che hanno il potere di farti sentire accettato, vivo e completo. Ho sempre amato il silenzio, il modo in cui mi permette di immergermi totalmente nella pittura. Per me il colore non è un semplice accessorio per dare forma alla realtà: il colore ha una vibrazione liquida, una voce che mi parla, mi comunica e mi connette direttamente con il Divino.
Ma gli stati emotivi sono contagiosi. Il grigio del Belgio mi assaliva, la pioggia costante appesantiva il mio cuore fragile, e gli sguardi spenti dei passanti infelici rendevano infauste le mie giornate. Sentivo il bisogno viscerale di cambiare aria, cambiare stato, cambiare Focus.
Mi sono trasferito ad Arles. In una bellissima Casa Gialla. Qui tutto è vivo, nitido, luminoso. Sono qui per ricostruire. Per ancorarmi a una vita fatta di gallerie, amici artisti, e per trovare l’amore.
I Deliri di Arles: Tra Soli di Vernice e Buchi Neri
Dipingere la Casa Gialla è stata un’induzione di pura energia. I campi qui sono pieni di Girasoli: miniature di piccoli Soli che illuminano la terra, creature che seguono la luce in una danza di gratitudine divina. In mezzo a loro sperimento l’estasi. Nel silenzio dei miei dipinti, io vengo accolto.
Ma la realtà sociale mi respinge. Nei caffè si beve molto, ci si confronta, e gli altri mi giudicano saccente. La verità è che la mia estrema sensibilità mi rende riservato; custodisco dolori e piaceri così intensi da essere difficili da verbalizzare.
È in quel mondo notturno che ho conosciuto Gabrielle. Lavora nel bordello che frequento. Il fascino dell’oscuro che le scorre nel sangue ha una bellezza magnetica. Le nostre ferite si sono riconosciute subito. Assieme beviamo assenzio, condividiamo pensieri e curiamo i nostri strappi interiori.
- Il contrasto: Litighiamo spesso, con impulsi così forti che fare l’amore con lei diventa l’unica cosa potente quanto la pittura.
- Il legame: Sembriamo due alieni, eppure la simmetria dei nostri corpi e delle nostre cicatrici ci rende identici. Due buchi neri che, nel loro essere vuoto, diventano il Tutto.
Una sera venne a trovarmi. L’ossessione del dipingere mi stava uccidendo: non mangiavo, non mi lavavo da giorni. Le chiesi di posare. Mentre il vento gelido sbatteva la finestra facendo volare le lenzuola, lei prese una spugna e iniziò a lavarmi i piedi. Un gesto con la dolcezza di una madre e la sensualità di una Dea. In mezzo a quel caos di vasi che cadevano, i nostri corpi vivevano la quiete perfetta del deserto.
Poi, puntuale, arrivava l’ancora negativa: la richiesta di denaro per la prestazione. Il ritorno alla sua realtà. Quel momento faceva crollare la mia architettura interiore, rigettandomi nello stato di chi non si è mai sentito amato.
Il Conflitto dello Specchio: Gauguin
A mitigare il vuoto c’era Paul Gauguin. Il mio opposto.
Lui calcolatore, geometrico, a tratti arrogante. Io emotivo, fluido, istintivo.
La convivenza nella Casa Gialla, complice il clima burrascoso all’esterno, divenne soffocante. I nostri dibattiti filosofici si trasformarono in dinamiche di sottomissione. Lui voleva prevaricare; io rispondevo arrendendomi, accumulando una frustrazione tossica.
Quando Paul usciva per abbandonarmi al mio vuoto, le voci nella mia testa esplodevano: “Non vali niente”, “Accetta il compromesso per avere una vita normale”.
La trappola dell’accettazione passiva:
- Accettare che la donna che ami si venda ad altri.
- Accettare che il tuo migliore amico ti tratti come un errore.
- Accettare che il mondo etichetti la tua arte come follia.
L’ultimo litigio fu brutale. Paul mi gridò che ero soffocante e che se ne sarebbe andato. Sentii il peso del fallimento dei nostri progetti. Lo inseguii per strada con un rasoio in mano. Lui mi guardò, mi sfidò con gli occhi. Tornai indietro.
In camera, le voci mi dissero che meritavo quell’abbandono. Avvicinai la lama all’orecchio. Ma in quel millisecondo, si attivò un’ancora di salvataggio: la memoria della quiete. Il silenzio della stanza, il ricordo del vento. Posai il rasoio. Presi i tubetti e iniziai a stendere quantità enormi, pesanti, materiche di colore sulla tela. Le voci si azzittirono. Sentivo solo il corpo, il dolore e una profonda comprensione di me.
Non tagliai il mio orecchio. Modificai la realtà sulla tela. Dipinsi la cicatrice di Gabrielle – il segno di quel vecchio morso di cane a cui era sopravvissuta grazie a un vaccino a Parigi.
Portai il quadro al bordello: “Custodisca questo oggetto con cura”.
La società ci vedeva come esseri “rotti”. Come il concetto di Kintsugi: riparare le crepe con l’oro. Nelle sue cicatrici io vedevo l’eterna bellezza. Un erotismo che non si spegnerà mai, nemmeno quando l’anima volerà nella luce dei Girasoli.
Saint-Rémy e la Ristrutturazione della Realtà
“Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare…”
Mio fratello Theo è la mia linea della vita, l’ancora che mi tiene agganciato a questa terra. Dopo Arles, ho scelto il ricovero a Saint-Rémy. Qui la pittura ha cambiato sottoprogramma: non è più il mezzo per cercare Dio, è diventata la mia medicina.
Il mio terapeuta, il Dottor Gachet, è malinconico quanto me. Tra noi si è creato un Rapport profondo, un rispecchiamento in cui il confine tra sano e malato svanisce. È una danza di co-guarigione energetica.
Le lettere di Theo arrivano costanti, piene di preghiere e di ristrutturazioni linguistiche potenzianti: mi ricorda che sono meritevole d’amore, che la mia anima si sta solo rinforzando per comprendere chi sono davvero.
La notte, dalla finestra della cella, guardavo la stella del mattino. Volevo mappare quell’energia cosmica che respira, che unisce alberi, luci, gioia e rabbia, per ricordare a me stesso che l’isolamento è solo un’illusione.
Oltre la Staccionata: La Notte Buia e la Cura
Dopo dieci anni di reclusione interiore, sono uscito. A Parigi, le sedute con Gachet non funzionavano più. Sentivo una totale assenza di direzione. Cercavo la quiete nei campi di grano, ma l’energia della natura era diventata satura, statica.
Ero passato oltre la staccionata. Uno stato di profonda dissociazione in cui il dolore e il piacere si equivalgono. Non era apatia, era la percezione che tutto fosse fermo. Una lunga notte buia dell’anima, dove alla carne manca un pezzo di spirito.
Una sera, nel vuoto assoluto del campo di grano, ho guardato la mia vecchia pistola arrugginita. Ho premuto il grilletto per tre volte. Ho colpito un corvo. Ho scaricato l’oscurità fuori di me.
“Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.”
Mentre camminavo in città per raggiungere, ferito e sporco del sangue dell’animale, una mano ha bloccato la maniglia del caffè in cui stavo entrando.
Una donna, con un fazzoletto bianco, ha iniziato ad asciugarmi il viso dai detriti di piombo. Mi ha guardato. Non ha detto una parola: ha usato il canale solo un sorriso. Mi ha preso per mano, spezzando totalmente lo schema del mio loop negativo.
Mi ha portato a vedere il Giallo nei negozi di fiori. Mi ha guidato a guardare il cielo. Abbiamo ascoltato i musicisti di strada. Ha riallineato i miei sensi sulla bellezza del presente.
Il suo ascolto empatico ha letteralmente calmato il mio sistema nervoso.
Oggi passiamo le giornate a piangere, ridere, pregare e fare l’amore. A lei dedico le tele dai toni più dolci.
Perché dopo anni di tormento da fallimenti, ho finalmente ristrutturato la mia storia. Ho trovato la cura. Ho trovato qualcuno che ha cura di me.